Social network e email: una schiavitù tossica, che crea dipendenza

Una riflessione personale su quanto grande sia, oggi più che mai, l’effetto di attrazione che i social network e le email esercitano sulla nostra vita quotidiana! La colpa è del meccanismo celebrale del circuito della dipendenza, ovvero quel senso di gratificazione e appagamento da cui ci sentiamo premiati quando postiamo qualche contenuto su facebook in attesa di like o condivisioni, o quando apriamo la casella della posta, per controllare se sono arrivate mail.

Volete liberarvi, come ho fatto io, da questa dipendenza tossica?

Seguite i miei consigli nel video!

 

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La mia mappa non è il territorio… soprattutto nell’era digitale.

Questo video nasce da una riflessione legata ad un’esperienza fatta durante una convegno di lavoro al quale partecipavo insieme ad un nutrito gruppo di manager ed imprenditori.

In quel momento mi sono soffermato a pensare su quanto, soprattutto in un’epoca come quella attuale immersa profondamente nella rete dei social networks e delle communities online, la percezione che abbiamo del mondo che ci circonda risulti angusta e circoscritta, rispetto alla pluralità e alla diversità dei pensieri, delle abitudini e dei comportamenti delle persone che ci circondano. L’utilizzo dei social networks, la cui finalità è quella di unirci ad altri individui con le nostre stesse passioni ed interessi, ci ha portato gradualmente a considerare la nostra “finestra sul cielo” una riproduzione in scala del mondo che sta attorno a noi.

In realtà la diversità, nei modi di pensare prima di tutto, costituisce un potente strumento creativo, in quanto ci porta mettere in discussione le nostre idee e a confrontarci con quelle degli altri.

Il mio consiglio, soprattutto se il vostro lavoro vi porta a sviluppare piani di marketing e di business, è quello di andare alla scoperta del vostro pubblico ideale, tenendo presente che c’è molto di più oltre ai nostri ristretti confini ideologici e concettuali.

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Controllare la realtà e gli eventi negativi: fino a che punto ne abbiamo il potere?

Qual è il rapporto che esiste tra qualità della vita e capacità di esercitare un controllo sulle dinamiche della realtà e sugli eventi?

Per rispondere a questa domanda faccio riferimento ad un volume scritto da Bessel Van der Kolk, “Il corpo accusa il colpo:  mente, corpo e cervello nell’elaborazione delle memorie traumatiche”, dove l’autore, specializzato nella ricerca e nel trattamento clinico dello stress traumatico, affronta l’analisi delle conseguenze che un trauma può avere su una persona, fornendo spiegazioni chiare e dati certi sul tema sull’impatto che gli eventi di natura traumatica esercitano su chi ne è colpito e sulla qualità della sua vita. Van der Kolk si occupa in particolare del caso specifico di bambini che sono stati testimoni del tragico evento della caduta delle Torri Gemelle: il ricercatore osserva che non tutti i bambini hanno riportato, sul proprio corpo e nella propria mente, i segni del trauma. Come mai?

La ragione di ciò si deve rintracciare nella capacità di questi bambini di esercitare una qualche azione di controllo sull’evento, grazie alla quale essi sono riusciti a ridurre il livello di stress percepito a livello mentale e fisico. Spesso si tratta di un “controllo” che non agisce sulla realtà effettiva delle cose, ma che appartiene piuttosto al livello astratto delle idee e dei pensieri. 

L’immaginazione, dunque, rappresenta uno strumento essenziale ogniqualvolta, nella nostra vita quotidiana, anche lavorativa, ci accade qualcosa che genera stress.

Se imparassimo a soffermarci un attimo, con la nostra mente, sulle “modifiche” migliorative che potremmo apportare all’evento negativo che ci causa turbamento e cominciassimo ad assumere un comportamento tutt’altro che passivo e vittimistico rispetto alla realtà circostante, ci accorgeremmo di quanto il nostro livello di stress diminuisce e, nel contempo, svilupperemmo la capacità di aprire la mente verso idee e azioni che concretamente potremmo realizzare. La conseguenza? Un miglioramento del benessere e della felicità sul lavoro e nella vita quotidiana.

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Similitudine o opposizione: qual è il criterio giusto per scegliere i propri collaboratori

Scegliere i membri che comporranno la nostra squadra lavorativa è un po’ come costruire un grattacielo: è necessaria tanta cura per trovare, tra i tanti materiali, quelli più giusti ed idonei. Ogni componente è differente dall’altro, ma ciascuno ha le proprie caratteristiche. Ciò che conta è che l’insieme ci permetta di ottenere un edificio solido e ben strutturato.

Personalmente ho sempre trovato grande ispirazione, per tutto ciò che riguardava il benessere lavorativo, in “The Seven-Day Weekend”, un volume scritto da Ricardo Semler, amministratore delegato della Semco,  una grande società che opera nel campo degli impianti industriali e che è conosciuta in tutto il mondo non solo per aver conosciuto in pochi anni una crescita esponenziale in termini di fatturato, ma anche per le particolari modalità adottate al suo interno, da molti giudicate “anomale”.

Spesso le persone scelgono inconsciamente i propri collaboratori in base ad un criterio di somiglianza, in quanto avere nel proprio team elementi simili al proprio carattere e modo di pensare rende sicuramente più fluido e snello il processo decisionale lavorativo. Semler, al contrario, evidenzia l’importanza di avere in squadra degli “elementi di discontinuità”, ovvero caratteri e personalità totalmente differenti dalla propria, talmente diverse da risultare addirittura in certi casi oppositive.

Questi individui, proprio in virtù della loro tendenza a manifestare opinioni divergenti dalla nostra, costituiscono tasselli chiave della squadra aziendale. La loro funzione è, infatti, benefica e positiva nei confronti della sopravvivenza stessa dell’azienda.

A volte può bastare anche comporre il team esclusivamente di persone puramente oppositive, ovvero che tendono a sostenere volutamente pareri discordanti solo per il gusto di contraddire, anche se in realtà non hanno idee chiarissime. Ciò che conta è avere la capacità di sostenere il “peso” della negatività che queste persone muovono contro di noi, senza lasciarci scalfire dalla natura oppositiva delle affermazioni. In conseguenza di ciò il processo decisionale diventa senza dubbio più lungo ed articolato, ma ci permette di avere una visione completa e obiettiva della situazione lavorativa che stiamo affrontando.

Per capire se queste obiezioni siano realmente fondate è sufficiente rivolgere agli “oppositori” delle domande di verifica, che permettano di “svelare” la vera natura delle intenzioni e, nel contempo, stimolino i collaboratori  a manifestare sempre più marcatamente e dichiaratamente il proprio parere, contribuendo alla crescita del team e alla circolazione delle idee. Se continuerai a favorire in squadra l’emergere di riflessioni e lo scambio di pensieri fruttuosi e produttivi, addestrerai il team ad avere un atteggiamento sempre più costruttivo.

Incoraggia, dunque, il pensiero indipendente e libero e cerca di trasformarlo in una modalità realmente produttiva per il tuo gruppo di lavoro!

Lavorare Felici
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Il brain storming… a passeggio

Avete mai riflettuto su quali incredibili benefici, in termini di benessere e qualità della vita aziendale, produce una vita attiva, sana e dinamica, nella quale viene dedicato il giusto spazio all’attività e al movimento?

È proprio all’insegna di questo pensiero che, quando la stagione e le temperature lo permettono, ho scelto di ricorrere alla sana consuetudine, di matrice e provenienza squisitamente aristoteliche, del brain walking. Si tratta di un momento di ritrovo e riflessione del team, in occasione del quale la classica riunione creativa o brain storming non viene condotta in spazi chiusi ed artificiali, come possono essere quelli di un comune ufficio, bensì all’aria aperta, all’interno di un parco.

Il filosofo Friedrich Nietzsche, nel suo “Il dialogo del Precario”, affermava: “Soltanto i pensieri nati camminando hanno valore”, un pensiero che racchiude perfettamente il nucleo concettuale ed espressivo della filosofia del brain walking, un brain storming… a passeggio.

Dedicando almeno un’ora al giorno allo sport, magari facendo una tranquilla passeggiata in un parco, in una giornata di tiepido sole invernale come quella di oggi, il nostro corpo soddisfa un’esigenza “dinamica” e fisiologica, legata al movimento, che appartiene alla natura umana sin dall’antica e remota età preistorica. Se è vero, dunque, che un corpo strutturalmente attivo è vivo ed in salute soltanto se collocato in una vita tutt’altro che sedentaria, pensate a quali vantaggi può trarre la nostra mente dal partecipare a quello stesso dinamismo da cui, per sua stessa natura, essa non può essere discinta!

La prassi della “riunione aristotelica”, che unisce e concilia perfettamente i benefici della camminata a quelli più strettamente creativi che scaturiscono da un brain storming condiviso efficacemente da tutto il gruppo aziendale,  aumenta esponenzialmente i risultati ottenuti dal team in termini di idee, produttività ed entusiasmo, rispetto ad una tradizionale riunione svolta attorno ad un tavolo. 

Questo è quello che ho potuto sperimentare personalmente, insieme ai miei collaboratori, ed è anche lo strumento che mi sento di consigliare a tutti coloro che operano all’interno di un gruppo di lavoro. Mi auguro davvero che, in un giorno non lontano, sempre più aziende scelgano di adottare e mettere in pratica questa utile e salutare prassi.

Lavorare Felici
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sesso: l’educazione al piacere

Parliamo di sesso. In questo video consiglio tre libri per approfondire aspetti poco conosciuti e considerati. Buon divertimento.

 

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trattare gli altri come se stessi

Risultati immagini per allo specchioUna sottile forma di autoinganno è pensare di essere aperti e fiduciosi quando invece lo siamo solo in modo ‘condizionato’; soprattutto quando le condizioni sono molto restrittive. Mi colpisce come possiamo essere veloci nel chiudere la porta ad una persona.

Una mia amica mi raccontava di una sua prima cena con un nuovo partner. Si erano appena conosciuti via chat e tutto sembrava andare per il meglio: lui era carino e sembrava interessante. Durante la cena però ricevette una telefonata e si allontanò dal tavolo. La mia amica rimase per qualche minuto sola. Poi vedendolo tornare: “tutto bene?”, “Sì, sì tutto a posto”; da quel momento alla fine della cena, mi raccontò lei, il ragazzo guardò 4 o 5 volte il telefono velocemente.

Alla fine della serata lei aveva già deciso di chiudere. Il giorno dopo lui si era fatto sentire ma ormai era finita. Le chiesi come mai quella decisione: “Perché io posso capire tutto, ma se sei a cena con me non devi essere da un’altra parte”. Era una questione di presenza. Quindi se rispondi al telefono e ti distrai, vuol dire che sei uno di quelli che non riesce a stare in una relazione, non riesce davvero a condividere e dunque… “io di quei tipi lì non ne ho più voglia alla mia età”.

Le raccontai di quando anni prima la responsabile del personale di un’azienda incontrò una mia collega.  Dopo qualche giorno chiesi alla manager di darmi un’impressione su come fosse andato l’incontro; non si era fatta più sentire con la mia collega. Lei mi disse in modo brusco che avrei dovuto scegliere meglio i miei collaboratori perché durante l’incontro era stata tutto il tempo a chattare con l’ipad.

Io sconcertato chiesi alla mia collaboratrice cosa avesse combinato e lei, semplicemente mi fece notare che noi eravamo abituati a prendere appunti sull’Ipad; e questo aveva fatto. Non stava affatto chattando. Ma ormai le spiegazioni non servirono a nulla, la porta era chiusa e come sappiamo, le persone amano essere coerenti … anche coi propri errori.

Allora la riflessione per questa mia amica è che forse conviene fare qualche verifica… perché non è detto che i significati che attribuiamo alle azioni degli altri corrispondano a verità. Magari quel povero cristo aveva la madre in ospedale ed era un po’ in ansia per lei. O forse no.  Dietro un comportamento ci possono essere talmente tanti diversi stati d’animo e motivazioni che è davvero una follia pensare di azzeccare l’interpretazione giusta al primo colpo. Eppure facciamo così…

Soprattutto quando quel comportamento richiama in noi dolori che abbiamo subìto in passato. Allora siamo velocissimi a chiudere la porta.

Ma certo attribuire significati e intenzioni è un atto di grande arroganza. Ci dispiace tanto quando sono gli altri a non capirci, no? quando ci sentiamo incompresi, quando gli altri ci mettono in bocca parole che non abbiamo detto. E allora perché basiamo le nostre scelte su tali attribuzioni?

Una spiegazione ormai classica in tanti diversi approcci psicologici, e quindi diventata anche pensiero popolare, è che trattiamo gli altri secondo i nostri schemi familiari.

Per caso soffriamo per il fatto di non essere stati visti e accettati per quello che siamo? Non ci siamo sentiti capiti? Siamo stati trattati in modo ipercritico? Potevano trovarci difetti facilmente e dunque per evitare quel peso ci siamo impegnati per raggiungere duramente standard elevati che gli altri si aspettavano?

Bene… allora probabilmente saremo altrettanto intransigenti con gli altri, troveremo facilmente qualcosa che non va in loro, alterneremo rapide illusioni a precipizi di delusioni; alla fine, pur desiderando tanto questo contatto di anime, cercheremo davvero poco di comprendere l’anima dell’altro, fermandoci ad una scomoda ma familiare superficie.

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Apprendere Facilmente la Matematica – la Concretezza

Dopo aver parlato dell’importanza di capire il senso della matematica, in questo video parliamo, attraverso una serie di esempi pratici carta e matita, di come riuscire ad apprendere la matematica attraverso l’associazione di concetti come divisioni e moltiplicazioni a qualcosa di concreto, che ci permetta di visualizzare la soluzione.

Inoltre vi proporrò una idea su come “conquistare” la matematica: semplicemente ponendo delle domande. Domande che pongono noi, i nostri figli, i nostri alunni, in una posizione attiva di fronte al problema e alla matematica, facilitandone l’apprendimento. Buona visione.

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Apprendere Facilmente la Matematica – il Senso della Matematica

La matematica è considerata una materia ostica e difficile da apprendere. Ma spesso questa difficoltà è dovuta ad una serie di informazioni date per scontate o semplicemente tralasciate, che creano lacune estremamente difficili poi da colmare. L’elemento fondamentale che spesso viene tralasciato nell’apprendimento della matematica è capire il senso stesso della matematica. Per esempio, vi siete mai chiesti cos’è la divisione? Cosa effettivamente rappresenta? Sappiamo spiegare perché utilizziamo quelle regole meccaniche?

Anche in questo video spiego attraverso un esempio pratico e l’aiuto di carta e penna, come riuscire a porci in modo attivo di fronte al materiale da apprendere, anche quando sembra così complesso e astratto come nel caso della matematica. L’obiettivo è quello capire il significato alla base delle operazioni che utilizziamo, in questo caso la divisione, in modo da trasformare quei concetti da qualcosa di prettamente astratto in qualcosa di tangibile, visibile, e modellabile. Buona visione.

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Gli Ingredienti dell’Apprendimento – Se la Passione non c’è

Si pensa che l’ingrediente fondamentale dell’apprendimento sia la passione. Quando siamo appassionati di qualcosa, apprendere diventa più semplice e memorizziamo con facilità informazioni, abilità, tecniche. Il problema della passione è che non è riproducibile in modo meccanico e non sempre si riesce ad instillare questo fuoco  negli altri. Tuttavia, un altro ingrediente ci permette di superare la mancanza di passione: mettere il nostro cervello in ruolo attivo.

Quindi in questo video spiego attraverso un esempio pratico, un semplice gioco, come riuscire a porci in modo attivo di fronte al materiale da apprendere. L’obiettivo è quello di cambiare le carte in tavola: se non proviamo passione per una materia, allora possiamo riuscire ad appassionarci al modo con cui, in modo attivo e dominante, ci approcciamo a essa. Buona visione.

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