trattare gli altri come se stessi

Risultati immagini per allo specchioUna sottile forma di autoinganno è pensare di essere aperti e fiduciosi quando invece lo siamo solo in modo ‘condizionato’; soprattutto quando le condizioni sono molto restrittive. Mi colpisce come possiamo essere veloci nel chiudere la porta ad una persona.

Una mia amica mi raccontava di una sua prima cena con un nuovo partner. Si erano appena conosciuti via chat e tutto sembrava andare per il meglio: lui era carino e sembrava interessante. Durante la cena però ricevette una telefonata e si allontanò dal tavolo. La mia amica rimase per qualche minuto sola. Poi vedendolo tornare: “tutto bene?”, “Sì, sì tutto a posto”; da quel momento alla fine della cena, mi raccontò lei, il ragazzo guardò 4 o 5 volte il telefono velocemente.

Alla fine della serata lei aveva già deciso di chiudere. Il giorno dopo lui si era fatto sentire ma ormai era finita. Le chiesi come mai quella decisione: “Perché io posso capire tutto, ma se sei a cena con me non devi essere da un’altra parte”. Era una questione di presenza. Quindi se rispondi al telefono e ti distrai, vuol dire che sei uno di quelli che non riesce a stare in una relazione, non riesce davvero a condividere e dunque… “io di quei tipi lì non ne ho più voglia alla mia età”.

Le raccontai di quando anni prima la responsabile del personale di un’azienda incontrò una mia collega.  Dopo qualche giorno chiesi alla manager di darmi un’impressione su come fosse andato l’incontro; non si era fatta più sentire con la mia collega. Lei mi disse in modo brusco che avrei dovuto scegliere meglio i miei collaboratori perché durante l’incontro era stata tutto il tempo a chattare con l’ipad.

Io sconcertato chiesi alla mia collaboratrice cosa avesse combinato e lei, semplicemente mi fece notare che noi eravamo abituati a prendere appunti sull’Ipad; e questo aveva fatto. Non stava affatto chattando. Ma ormai le spiegazioni non servirono a nulla, la porta era chiusa e come sappiamo, le persone amano essere coerenti … anche coi propri errori.

Allora la riflessione per questa mia amica è che forse conviene fare qualche verifica… perché non è detto che i significati che attribuiamo alle azioni degli altri corrispondano a verità. Magari quel povero cristo aveva la madre in ospedale ed era un po’ in ansia per lei. O forse no.  Dietro un comportamento ci possono essere talmente tanti diversi stati d’animo e motivazioni che è davvero una follia pensare di azzeccare l’interpretazione giusta al primo colpo. Eppure facciamo così…

Soprattutto quando quel comportamento richiama in noi dolori che abbiamo subìto in passato. Allora siamo velocissimi a chiudere la porta.

Ma certo attribuire significati e intenzioni è un atto di grande arroganza. Ci dispiace tanto quando sono gli altri a non capirci, no? quando ci sentiamo incompresi, quando gli altri ci mettono in bocca parole che non abbiamo detto. E allora perché basiamo le nostre scelte su tali attribuzioni?

Una spiegazione ormai classica in tanti diversi approcci psicologici, e quindi diventata anche pensiero popolare, è che trattiamo gli altri secondo i nostri schemi familiari.

Per caso soffriamo per il fatto di non essere stati visti e accettati per quello che siamo? Non ci siamo sentiti capiti? Siamo stati trattati in modo ipercritico? Potevano trovarci difetti facilmente e dunque per evitare quel peso ci siamo impegnati per raggiungere duramente standard elevati che gli altri si aspettavano?

Bene… allora probabilmente saremo altrettanto intransigenti con gli altri, troveremo facilmente qualcosa che non va in loro, alterneremo rapide illusioni a precipizi di delusioni; alla fine, pur desiderando tanto questo contatto di anime, cercheremo davvero poco di comprendere l’anima dell’altro, fermandoci ad una scomoda ma familiare superficie.

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